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Yara tours

Malaysia

La montagna, fiumi in piena e la foresta più antica del mondo

di Fabrizio Passaretti


Natura lussureggiante, foreste incontaminate, specie esotiche di animali che vagano liberi nel loro ambiente naturale. Questo è quanto mi aspetto dal viaggio nel Borneo Malese che, con il prezioso aiuto della mia socia e di Giorgio, il nostro corrispondente a Kuala Lumpur, sono riuscito a concedermi all'inizio di maggio. Posto qui di seguito un resoconto del viaggio sperando di trasmettere almeno in parte le emozioni che mi hanno accompagnato durante quella breve, ma intensa settimana, spingendo chi non conosce ancora questo meraviglioso paese a visitarlo.

3 Maggio - Parto da Roma con volo Malaysia Airlines, compagnia eccellente e dal servizio impeccabile, grazie al quale le 11 ore di volo scorrono tranquille e abbastanza in fretta. Quando arrivo a Kuala Lupur sono le 7.30 del mattino successivo, quando in Italia è ancora notte.

4 maggio - Arrivo a Kuala Lumpur giusto in tempo per salire sull'aereo che mi porterà a Kota Kinabalu, capitale del Sabah. All'arrivo viene a prendermi un simpatico indiano di nome Raj, che sarà la mia guida per i prossimi due giorni. Il mio hotel è il lussuoso Hyatt Regency, situato in pieno centro a due passi dal Waterfront, lungomare della città. L'hotel ha iniziato da poco un programma di ristrutturazione delle camere che terminerà entro l'autunno del 2010, tuttavia i lavori non arrecano particolare disturbo, in quanto si svolgono nelle ore in cui solitamente gli ospiti sono fuori per le escursioni. Il primo giorno nel Borneo non ho escursioni in programma, così, dopo una veloce doccia, un riposino e la dovuta ispezione dell'hotel, passo il pomeriggio ad orientarmi per la città. Mi aggiro lungo il Waterfront tra i caratteristici mercatini e gli immensi centri commerciali che qui in Malesia sono il regno dell'elettronica e della fotografia. Il primo impatto con il Borneo è decisamente intenso: il caldo e l'umidità sono opprimenti e l'intera città è pervasa dell'odore dolciastro di "lemon grass", una pianta erbacea nativa del sudest asiatico imparentata con la nostra citronella, che in corrispondenza del mercato filippino si fonde agli odori di spezie, cibi essiccati e ad altri effluvi, piacevoli o meno, in un amalgama non proprio facile da sopportare se non ci si è abituati. In compenso l'isola di Gaya, vicinissima e perfettamente visibile dal Waterfront, con i suoi villaggi su palafitte, offre un affascinante spettacolo al tramonto; un'ottima occasione per fare qualche esperimento con la fotografia. Siamo solo pochi gradi a Nord dell'equatore e poco dopo le 18 è già buio. Per la cena ho l'imbarazzo della scelta: posso scegliere tra uno dei tre ristoranti del Hyatt oppure uscire a vedere cosa c'è in giro. Propendo per il Nagisa, ristorante giapponese dell'hotel e uno dei migliori a Kota Kinabalu. Per la modica cifra di 71 ringgit (ca. 16 euro) mangio sushi a sazietà prima di rientrare in camera e sfidare gli effetti del jetlag.

5 maggio – Mi alzo alle 7.00, per fortuna senza i grossi traumi che mi aspettavo, e dopo una veloce ma abbondante colazione raggiungo Raj, che mi aspetta già da un po' nella lobby. La meta di oggi è il Kinabalu National Park, istituito intorno al monte Kinabalu, che con i suoi 4095 metri è la vetta più alta del Sud-Est Asiatico. Ciò fa del parco una meta particolarmente interessante per la flora e la fauna caratteristiche dell'ambiente montano-tropicale. Purtroppo il tempo a mia disposizione è troppo poco e non posso concedermi la scalata alla montagna, che non è particolarmente ostica ma richiede parecchie ore, tant'è che di solito ci si ferma a dormire al campo base a quota 3000 metri, per poi proseguire al mattino successivo e godersi l'alba dalla vetta prima che le nuvole l'avvolgano limitando a zero la visibilità. La strada per la Montagna è in buone condizioni, ma tra il traffico e la sosta "fotografica", impieghiamo circa due ore per raggiungere il Centro Visite a quota 1500 metri. Qui mi unisco ad un gruppo di turisti, per lo più inglesi, cinesi e australiani per una breve passeggiata guidata dai ranger lungo il Silau-silau Trail e nel giardino botanico. È già tardi e non si vedono animali in giro, ma la temperatura è piacevole e soprattutto non c'è molta umidità. Dopo un pranzo al lodge e la consueta ispezione delle camere ripartiamo alla volta delle Poring Hot Springs, sorgenti d'acqua termale che scorrono nella foresta. L'acqua viene convogliata in piccole vasche e piscine dov'è possibile fare il bagno. Piuttosto che in acqua preferisco invece immergermi nel verde della giungla e camminare sulla Canopy Walkway, una serie di passerelle di funi e tavole di legno sospese sulla foresta a più di 20 metri d'altezza. Il viaggio di ritorno a Kota Kinabalu scorre tranquillo chiacchierando con la mia guida, che mi racconta della Malesia e chiede dell'Italia. Per le 19.00 siamo in città.

6 maggio – Levataccia prima dell'alba dopo una notte insonne. Stavolta il jetlag l'ho avvertito e come! Alle 7.00 del mattino ho il volo per Lahad Datu, sul versante meridionale del Sabah, da dove un ulteriore viaggio a bordo di un fuoristrada mi porterà al Borneo Rainforest Lodge nella Danum Valley. Il volo dura poco meno di un'ora e prima delle 8 atterriamo all'aeroporto, nient'altro che una pista costruita tra gli alberi della foresta e le piantagioni di palma da olio. Qui mi attendono per portarmi all'ufficio della Borneo Nature Tours per la registrazione. Un'ulteriore corsa in fuoristrada mi porterà al lodge, raggiungibile percorrendo una strada sterrata che si snoda attraverso una rigogliosa foresta di giganteschi ditterocarpi alti fino a 70 metri. È un'esperienza indescrivibile: la giungla del Borneo è antichissima, rimasta pressoché inalterata per 250 milioni di anni, anche se purtroppo in molte aree dell'isola la deforestazione da parte delle compagnie del legname ha inflitto gravi danni all'ambiente. Il viaggio richiede dalle due alle cinque ore a seconda delle condizioni del terreno. Le pesanti piogge infatti possono trasformare la strada in un pantano. Per fortuna la stagione secca è alle porte e la strada è in discreto stato. Tuttavia non mancano le sorprese: a tre chilometri dalla meta un camion impantanato nel fango blocca il percorso. Vengono a prenderci dal lodge con un furgoncino, ma anche questo non ci impedisce di dover percorrere a piedi gli ultimi 500 metri. Le fatiche del viaggio sono ricompensate dalla calorosa accoglienza da parte dei ranger e del personale del lodge. La struttura, tutta di legno ed eretta su palafitte, occupa una radura sulle rive del fiume Danum, dove un tempo sorgeva un villaggio dei nativi Sugpan. Dopo il pranzo a buffet a base di specialità locali mi mostrano la camera, un confortevole deluxe bungalow con vista sul fiume e con una veranda dotata di vasca da bagno all'esterno. Ho appena il tempo di riposare un po' e darmi una ripulita prima di tornare alla reception, dove mi presentano Dennysius, il ranger che mi è stato assegnato come guida. I ranger del lodge sono amichevoli, disponibili ed eccezionalmente competenti: conoscono a perfezione la foresta e le abitudini delle creature che la abitano. Denny non è da meno ed è di prezioso aiuto nell'individuare e riconoscere tutte le specie di uccelli che incontriamo lungo il cammino. Ci dirigiamo subito verso la Canopy Walkway, ma qui l'esperienza è assolutamente sconvolgente e non ha nulla a che vedere con quella già vissuta alle Poring Hot Springs. Le passerelle sono infatti sospese a ben 40 metri dal suolo (niente paura però, i cavi sono d'acciaio e i camminamenti di solidissimo "legno del ferro") e, serpeggiando tra gli alberi per una lunghezza di 250 metri, consentono di osservare con facilità i variopinti uccelli tropicali, le scimmie e altri animali che vivono sulle cime di questi giganti verdi. Nel percorrere i sentieri che si inoltrano nella foresta non posso fare a meno di notare quanto essa sia inaspettatamente accogliente. Dove sono i nugoli di insetti pronti a far festa a spese dei malcapitati visitatori? Sarà che tutte le zanzare tigre del sud-est asiatico si sono trasferite in massa in occidente, fatto sta che un buon repellente basta a tenere alla larga i pochi insetti fastidiosi. Nemmeno delle sanguisughe c'è da preoccuparsi: il morso di questi strani invertebrati non causa malattie né irritazioni o infezioni batteriche di sorta e non è nemmeno avvertibile per via dell'anestetico che iniettano nella "vittima". Inoltre ci si può facilmente difendere indossando pantaloni lunghi o meglio ancora le speciali ghette (leech socks) in vendita per pochi ringgit al negozietto del lodge. Se poi nonostante le precauzioni venite morsi ugualmente, potete sempre chiedere alla reception di rilasciarvi la tessera del "Club dei Donatori di Sangue di Danum Valley"! Alle 18.00 inizia già a fare buio e bisogna rientrare alla base. Ma la giornata non è ancora terminata. Dopo cena infatti è possibile prendere parte ad un giro nella giungla a bordo di un mezzo scoperto per osservare la vita notturna intorno al lodge. La notte ci si addormenta ascoltando i suoni della foresta.

7 Maggio – Ancora una volta c'è da svegliarsi prima dell'alba, ma oramai non mi pesa più. Al lodge si dorme benissimo: il letto è comodo, l'atmosfera è tranquilla e la temperatura notturna è gradevolissima, tanto che il ventilatore a pale si dimostra un oggetto tanto grazioso quanto inutile. Dopo un'abbondante colazione, alle 6.30 si parte per un'altra intensa giornata di birdwatching e trekking nella foresta pluviale. La prima tappa è nuovamente la Canopy Walkway, che ci regala diversi avvistamenti interessanti. Ci inoltriamo poi nel folto della foresta lungo il Tekala Trail. Cerchiamo fagiani, soprattutto lo splendido Argo maggiore, ma non siamo fortunati. Rientriamo al lodge per il pranzo per poi riprendere nuovamente a camminare. Nel pomeriggio chiedo a Denny di poter visitare le sepolture tradizionali dei Sugpan, che inumavano i loro morti in bare scavate direttamente nei tronchi del resistentissimo Legno del Ferro, collocandole a ridosso delle scoscese pareti di uno sperone roccioso. Imbocchiamo così il Coffincliff Trail, che si inerpica verso la rupe fino ad un punto panoramico che domina tutta la vallata. All'inizio del sentiero c'è un laghetto con cascata chiamato Jacuzzi Pool, dov'è possibile fare il bagno (tranquilli, non ci sono sanguisughe in acqua). La salita non è particolarmente impegnativa e in meno di un'ora si raggiunge la sommità. La vista è da mozzare il fiato. Un mare verde si estende a perdita d'occhio sotto di noi, interrotto solo dal corso del fiume ingrossato dalle piogge. Un Falco pellegrino se ne sta appollaiato pochi metri più in basso. Sfortunatamente comincia già ad imbrunire e per di più non lontano si scorge un temporale in arrivo. Bisogna affrettarsi a scendere prima che la pioggia ci sorprenda nel fitto della foresta. È questo infatti l'unico vero pericolo in questo posto d'incanto: sferzati dalla pioggia, i pesanti rami secchi cadono al suolo. E possono far male seriamente. Arriviamo al lodge appena in tempo, percorrendo l'ultimo tratto all'aperto sotto una pioggia torrenziale. Dopo cena è prevista un'altra uscita notturna, questa volta a piedi e armati di torcia elettrica. Percorriamo il breve Nature Trail alla ricerca di rettili e anfibi di vario genere dei quali ho modo di collezionare alcuni scatti interessanti, anche grazie alla preziosa collaborazione del paziente Denny, che mi aiuta con le luci.

8 Maggio – alle 7.00 del mattino lascio a malincuore questo posto magnifico che mi ha letteralmente stregato. Mi aspetta un'altra traversata in 4x4. La strada al ritorno è più asciutta e occorrono solo un paio d'ore per arrivare a Lahad Datu. Qui mi attende l'ennesimo trasferimento in auto. Ancora due ore, stavolta quasi tutto su asfalto, per giungere a Sukau, sul fiume Kinabatangan. Il mio accompagnatore si chiama Levi, giovane guida turistica di Sandakan, il quale purtroppo non ha le competenze naturalistiche di un ranger, ma si sta impegnando per acquisirne il più possibile. Un breve tratto in motolancia mi porta dall'altra parte del fiume al Bilit Rainforest Lodge. La struttura è molto più spartana della precedente. I bungalow sono spaziosi e tutto sommato accoglienti, ma mancano di quelle piccole comodità e soprattutto di quelle piccole attenzioni che a Danum Valley ti fanno sentire come a casa (non capita ovunque di rientrare dal trekking pomeridiano e trovare le tendine tirate e il fornellino per le zanzare acceso). Le camere sono comunque dotate di aria condizionata, particolare non da poco nelle calde e umide pianure alluvionali, che mancano della protezione offerta dagli alti ditterocarpi delle "lowlands". Difatti l'ambiente qui è completamente diverso: la foresta è meno rigogliosa, con alberi più giovani e la vicinanza del fiume fa sì che nella stagione delle piogge i terreni circostanti siano costantemente allagati. La sensazione di caldo qui è più opprimente e gli insetti sono più fastidiosi. Le escursioni invece consistono per lo più in comode uscite in barca lungo il fiume, dove lo spazio aperto tra una sponda e l'altra consente di osservare animali altrimenti difficili da scorgere nell'intrico del fogliame. Nel pomeriggio mi unisco ad un gruppo di turisti per il safari in barca. La quantità di animali che si possono avvistare qui è impressionante: scimmie proboscidate, macachi, orangutan, varani, uccelli di ogni tipo e con un po' di fortuna anche elefanti e coccodrilli. È tutto molto interessante, ma dura solo un paio d'ore e le guide non sembrano interessarsi più di tanto alle attività degli animali se non per mostrare la scimmia di turno ai turisti, così per il giorno dopo contratto una barca privata per poter fare birdwatching dall'alba al tramonto. In serata faccio conoscenza con una simpatica coppia di tedeschi. Si parla di animali, di foreste e isole tropicali, della Malesia, del Costa Rica, del Perù.

9 Maggio – La sveglia è alle 4.30. Levi mi aspetta alle 5 in veranda per un veloce spuntino a base di toast e caffè. Pochi minuti dopo con le prime luci dell'alba si parte lungo il fiume. Ci immettiamo in un affluente e, navigando lentamente e in silenzio con il motore elettrico, riusciamo ad avvistare diverse specie di uccelli e una truppa di macachi che al mattino presto, quando i coccodrilli sono ancora troppo intorpiditi per rappresentare una seria minaccia, si avventurano sulle distese di piante acquatiche per fare incetta di frutti e radici. Altra tappa della mattinata è il lago di meandro abbandonato, formatosi in seguito al raddrizzamento del corso del fiume. Da qui un sentiero nella foresta allagata riconduce al lodge. Le piogge hanno trasformato il sentiero in una vera e propria palude: si affonda ad ogni passo e muoversi è molto faticoso, tant'è che bisogna equipaggiarsi di stivali alti di gomma, gentilmente messi a disposizione dal lodge, prima di affrontare il percorso. Siamo quasi al termine del percorso quando sopra di noi si sente un forte sibilo: è un grosso maschio di orangutan e ce l'ha con noi per averlo disturbato nel suo territorio. I suoi occhi intelligenti e loquaci, in tutto e per tutto umani, ci osservano dall'alto aspettando che ce ne andiamo, finché alla fine non è lui a sparire nel folto della giungla. Nel pomeriggio facciamo ancora un giro in barca, questa volta più lontano lungo un altro affluente, dove osserviamo altre specie di uccelli dai colori sgargianti. La mia lista di avvistamenti si allunga, peccato per il poco tempo a disposizione e per la guida non sempre preparata.

10 maggio – In mattinata, con comodo ("in fondo è domenica" mi dice Levi), partiamo alla volta della grotta di Gomantong, dove si raccolgono i famosi nidi di rondine, costosa prelibatezza della cucina cinese. Per quale motivo a qualcuno sia venuto in mente di ricavare una zuppa dalla saliva di rondone non mi è chiaro, ma è meglio non indagare troppo a fondo. La grotta non è profonda, ma fa impressione per l'ampiezza dell'unica sala da cui è costituita, imponente come la navata di una cattedrale. In vero la visita alla grotta non è per gli schizzinosi. I rondoni e i pipistrelli che vi nidificano sono migliaia e la passerella di legno è resa scivolosa dal guano. Comprensibilmente, dall'alto può piovere di tutto, quindi è meglio entrare muniti di cappello, meglio ancora se a tesa larga. I raccoglitori di nidi vivono in un delle "longhouse" all'imboccatura della caverna. Tuttavia la raccolta è severamente regolamentata ed avviene nel rispetto dei cicli di nidificazione degli uccelli. Da qui proseguiamo per l'aeroporto di Sandakan. Levi mi lascia all'imbarco sul volo per Kuala Lumpur, dove troverò ad attendermi Giorgio, che ancora non conosco di persona. Meno di un'ora dopo sono all'hotel Maya, elegante boutique hotel dal design innovativo in cui tutto si fonda sul concetto di open-space. Giorgio dovrebbe farmi da guida, ma un'emergenza lo costringe a scappare in ufficio. Così resto solo la sera a godermi una deliziosa cena e lo spettacolo delle torri Petronas illuminate.

11 maggio – La mattinata di oggi è dedicata alle ispezioni degli hotel, un breve giro panoramico della città e un pranzo al Tamarind Springs, un lussuoso ristorante etnico che sorge all'interno di una delle innumerevoli aree di foresta lasciate intatte nel mezzo della metropoli. Kuala Lumpur è una bella città, piena di verde, ricca e cosmopolita. Le magnifiche Torri Gemelle Petronas, terzo edificio più alto del pianeta, con la loro pianta che riproduce la stella islamica sono il simbolo più eloquente di una capitale che guarda al futuro pur facendo tesoro della propria eredità culturale. Dopo pranzo ci facciamo lasciare a Bukit Bintang, l'elegante quartiere dove sorgono lussuosi alberghi e sfarzosi centri commerciali, nei quali si può trovare di tutto, dalle grandi firme della moda ai prodotti di ottica ed elettronica, per poi dirigerci verso Chinatown, dove tutto è un'aggressione sensoriale: colori, suoni, odori, tra le bancarelle di Petaling Street e la composta geometria dei templi taoisti. Una breve visita a Merdeka Square (piazza dell'indipendenza) e alla confluenza dei fiumi Kelang e Gombak, dov'ebbe origine il primo insediamento conclude la breve ma intensa escursione nella capitale. Una corsa in monorotaia mi riporta in hotel per una doccia e un cambio d'abito, prima di partire alla volta dell'aeroporto. Mi attendono altre 12 ore di volo. Già rimpiango il soggiorno troppo breve a Danum Valley: sento ancora il fascino e il richiamo della foresta primordiale. Torno alla routine di tutti i giorni carico di emozioni e con una velata malinconia.